Femminicidio: come si può prevenire la violenza sulle donne?

Fonte: 
di Maria Grazia Giacomazzi, Vicepresidente provinciale Cif Padova

Femminicidio è un neologismo coniato da una criminologa statunitense, Diana Russell, ormai nel lontano 1992 anche se da noi l’utilizzo di questo concetto è recente. L’invenzione del nuovo termine sottende l’esigenza di indicare una particolare forma di violenza perpetrata nei confronti delle donne. Una violenza nei confronti delle donne proprio in quanto donne, ovvero legata alla loro identità di genere.

In Italia il femminicidio è la causa principale della morte di donne tra i 14 e i 45 anni e la percentuale più alta di questa insopportabile forma di violenza si registra al nord: Lombardia, Emilia Romagna, Veneto. Trattare i numeri dei femminicidi che avvengono nel nostro paese è complicato dal momento che nessuna istituzione o ente specializzato si occupa di dare conto di questo fenomeno. Dai dati che si possono reperire dalla stampa (con il rischio che gli stessi siano sottostimati) si parla di  137 vittime nel 2011, 124 nel 2012, 50 circa nel 2013. Dall’informazione, che fortunatamente nell’ultimo periodo ha modificato la narrazione di questi eventi grazie alla campagna di sensibilizzazione culturale promossa da donne e associazioni di donne, si registra un altro dato evidente: questi delitti hanno dinamiche molto simili, anche se si verificano in contesti molto diversi perché il fenomeno è trasversale a tutte le classi sociali. Troppo spesso sono delitti annunciati, preceduti da anni di maltrattamenti sessuali,  psicologici, fisici, economici e spesso frutto di silenzi e complicità da parte di coloro che sono vicini sia alle donne che subiscono violenza sia agli uomini autori di questa violenza. L’odio che si consuma contro le donne difficilmente è causato da un raptus, da una perdita di controllo improvvisa, e difficilmente avviene senza segni ed avvisaglie all’ambiente circostante, soprattutto familiare.  Non si può voltare la testa da un’altra parte, non si può non volerne sapere quando le circostanze annunciano un rischio che può trasformarsi in qualcosa di irreparabile. E’ quindi importante capire che la violenza non riguarda solo gli “altri”, ragionare sul femminicidio significa ragionare anche su di “noi”.  

Che tipo di violenza simbolica precede – sovente sostenuta dal contesto culturale e dalle microculture familiari -  la violenza omicida reale? Che tipo di relazione uomo/donna, che tipo di legame familiare e sociale precede un delitto tanto odioso?  Quale eclissi di senso permette un annientamento tanto radicale dell’altro e spesso anche di sé? Il mondo smette di essere luogo condiviso e prende il sopravvento un mondo delirante fatto di odio, rabbia, dissipazione, onnipotenza. Quando un uomo anziché interrogarsi sul fallimento della sua vita amorosa, anziché elaborare il lutto per ciò che ha perduto o sta per perdere, sceglie di perseguitare, colpire, minacciare, ammazzare, rende palese che cosa? Che agisce a nome di una rivendicazione,  di un diritto di proprietà assoluto di vita o di morte, sul proprio partner. Le donne ammazzate non possono dire più nulla, soprattutto non possono dire “no”. Hanno ragione Michela Murgia e Loredana Lipperini a mettere in evidenza nel loro recente libro “L’ho uccisa perché l’amavo. FALSO!”, che non si tratta di amore ma di possesso, che non si tratta di gelosia ma di un delirante concetto di potere tra sessi. Allora dobbiamo iniziare da noi, dalla nostra testa di donne, a non confondere l’amore con la sua radicale profanazione, anche quando gli uomini, come spesso accade, sono stati inizialmente amorevoli. Dai racconti fatti da donne miracolosamente scampate si evince che questi uomini cambiano secondo uno schema che si ripete: inizialmente seduttivi e amorevoli successivamente esigono attenzione esclusiva mettendo in atto strategie che isolino la donna  da altre relazioni,  la mortificano nella sua autostima, la insultano, la picchiano e la tengono sotto ricatto tra minacce e richieste di perdono.  Le donne restano prigioniere a lungo in questa oscillazione sentimentale, in questo disturbo della reciprocità che confonde i pensieri. Subiscono, spesso in silenzio per una vergogna innominabile, una violenza che si declina in molti modi e non trovano il modo di reagirvi, specie se ci sono figli di mezzo. E i figli? Vittime spaventate e impotenti della violenza domestica rischiano, crescendo, di riprodurre i comportamenti della coppia genitoriale nel modello della vittima e del carnefice in un crescendo di annientamento e violenza. Di questo aspetto, della ripetizione quasi automatica di modelli familiari (a patto che non intervengano alcuni fattori che modificano l’impostazione simbolica di partenza), ne possiamo dare ampia testimonianza nel lavoro che svolgiamo nel Consultorio familiare.  Se non si mette un limite al male, vale a dire se non si prospetta l’apertura di spazi di pensiero per sperimentare il proprio essere al mondo, non rimane che la ripetizione acefala di ciò che è conosciuto, visto, saputo.  La violenza, il femminicidio come radicale annientamento dell’altro, sono posizioni culturali prima di essere posizioni criminali.  Sono conseguenze di quella pseudo cultura del tutto è possibile, del tutto posso avere e fare, del tutto posso sapere, che – se ci pensiamo bene - altro non sono che forme di compensazione delirante che stanno al posto dell’atto educativo e dell’atto formativo. Di quell’atto educativo e formativo che ci umanizza e ci rende responsabili delle scelte e delle azioni che compiamo.

Da sempre a noi del Centro italiano femminile interessa intervenire sulla cultura, con attenzione particolare alla cultura di genere. Aprire possibili spazi di parola per donne e uomini che stanno attraversando momenti critici o difficili, come può capitare quando ci sono incertezze sulla funzione genitoriale, o quando non si è in grado di prendere una decisione ritenuta essenziale: è importante avere un luogo in cui potersi confrontare. Le crisi e i conflitti possono essere occasioni preziose di crescita e cambiamento.  Così come è importante aprire uno spazio di parola e di confronto in quelle situazioni in cui il rapporto con la realtà è tanto lacerante da impedire di stabilire dei confini vivibili. Quando la violenza è agita, qualcosa è andato rotto e si è portati a ritenere che lo sia per sempre. Non è così: tutti cerchiamo giustizia anche quando non riusciamo ad esserne consapevoli. Le parole, quando non sono mera chiacchiera, ci aiutano a pensare. Per questo offriamo questo spazio e anche parte del nostro tempo alle donne vittime di violenza, perché possano ragionare e soggettivare il grado di coinvolgimento nella violenza che le minaccia, perché possano interrogarsi su ciò che attivamente hanno fatto o non fatto per inciamparvi; per uomini che quella violenza agiscono o potenzialmente potrebbero agire perché non precipitino ulteriormente in un mondo chiuso e senza prospettiva. Questi uomini necessitano di un accompagnamento, di un incontro, che fornisca loro la possibilità di guardare la realtà da altre prospettive giacché ritengono che la loro vita, per esclusiva colpa della donna che hanno incontrato, non conti più niente. Restituire una possibilità di vita a chi sta per perderla o a chi la suppone perduta non è per niente semplice, soprattutto non è una scelta comoda, ma le scelte comode a volte possono essere molto pericolose. Le vicissitudini umane, anche quando è più facile girare la testa dall’altra parte, vanno comprese nella loro complessità. E vanno necessariamente previsti percorsi di verifica di un possibile cambiamento che porti al costituirsi di nuovi significati e nuove modalità di relazione. La prevenzione parte da ciascuno di noi.  Anche se insufficiente, questo è un primo passo necessario per trovare la via della consapevolezza e la legge della propria libertà.

Partendo da queste brevi riflessioni che vogliono mettere l’accento su di un problema che va impostato  culturalmente nel senso radicale del termine e che include le modalità dei legami sia familiari che sociali, vorrei ora mettere a fuoco alcuni passi importanti che si sono verificati proprio negli ultimi tempi. Piccoli passi  a fronte di un problema, il femminicidio appunto, che nessuno può più trascurare di vedere. Partiamo dalla modalità dell’informazione di questi eventi. Finalmente nella triste cronaca di questi omicidi non si fa più riferimento, o lo si fa raramente, a termini come  “omicidio passionale”,  “raptus”, ”dramma della gelosia”, tutti termini che denunciano una forma-mentis stereotipata e ingenerano confusione proprio perché  trattano il fenomeno come se si trattasse di un imprevedibile atto di follia.  Le cronache sono più puntuali e ci parlano di maltrattamenti, di richieste di aiuto, di denunce (purtroppo andate a vuoto), che hanno preceduto, in un’escalation che non si è arrestata,  il delitto.  Sappiamo dalla stampa che una buona percentuale di donne uccise nel 2012, quattro su dieci, aveva subito precedente violenza dal partner o dall’ex partner che poi l’ha uccisa. Che gli assassini sono in altissima percentuale italiani (73%) così come lo sono le donne ammazzate (69%)[1] e quindi il problema non riguarda “culture lontane dalla nostra, straniere” ma riguarda proprio noi e la nostra cultura. Che la stampa abbia modificato la sua precedente impostazione è importante dal momento che la percezione dei fatti e  l’opinione dei cittadini si forma anche attraverso questi mezzi.

Gli altri due aspetti positivi che volevo annotare in questo breve scritto riguardano: la ratifica della Convenzione di Istanbul con un’approvazione plebiscitaria  del nostro Parlamento;  la proposta per combattere il femminicidio che ci fornisce il metodo di Patricia Scotland.

Che cos’è la Convenzione di Istanbul?

E’ una convenzione del Consiglio d’Europa siglata ad Istanbul l’11 maggio 2011 alla quale hanno aderito 24 Paesi (che tuttavia per essere operativa deve essere  ratificata da ciascun Stato). Il testo, composto in 81 punti, sottolinea che gli Stati firmatari dovranno impegnarsi nell’adottare tutte le misure preventive e legislative per contrastare tutte le forme di violenza e segnatamente quella agita nei confronti delle donne. Essa rappresenta il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante  e sollecita l’adozione di politiche “sensibili” al genere al fine di contrastare e sanzionare tutti quegli atti, dallo stupro allo stalking, dai matrimoni forzati alle mutilazioni genitali, che annientano il principio di “parità tra i sessi e il principio di autodeterminazione della persona”.  Il testo interviene anche in materia di violenza domestica e femminicidio al fine di predisporre  “un quadro globale di politiche e misure di protezione e di assistenza a favore di tutte le vittime di violenza” e promuove la cooperazione internazionale per “sostenere e assistere le organizzazioni e le autorità incaricate dell’applicazione della legge in modo che possano collaborare efficacemente”. Sul piano istituzionale e legislativo sono previste sanzioni e risarcimenti alle vittime di violenza, ma senz’altro l’aspetto più innovativo della Convenzione è rappresentato dal fatto che la violenza sulle donne è riconosciuta  essere una “violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione”.  Sul piano dell’azione preventiva i Paesi che sottoscrivono la Convenzione si impegnano a favorire una cultura di reale parità tra donne e uomini, ad attuare politiche efficaci che sostengano, a tutti i livelli, le associazioni della società civile impegnate e attive nella lotta alla violenza di genere.  Tuttavia la Convenzione entrerà in vigore solamente dopo la sottoscrizione di almeno 10 Stati di cui 8 devono essere componenti il Consiglio d’Europa. Finora invece pochi Stati (Montenegro, Turchia, Albania, Portogallo e recentemente Italia) hanno sancito con la ratifica il proprio vincolo alla Convenzione,  se altri Paesi non lo faranno non se ne farà nulla.  Speriamo non sia così. In Italia inoltre si dovranno introdurre aspetti legislativi o modificarne altri non totalmente in linea con i dettati della Convenzione. C’è ancora strada in salita da fare, ma il passo è stato segnato. La violenza si intreccia inevitabilmente con la giustizia, con il diritto e con il grado di Civiltà di un Paese.

Il metodo Patricia Scotland[2]   

Patricia Scotland, da ministro della giustizia inglese, ha lanciato e coordinato un efficace piano d’azione contro la violenza domestica e grazie ai suoi provvedimenti il numero di morti per femminicidio a Londra è diminuito di oltre il 60%. Nell’arco di poco meno di un decennio le donne vittime di questa violenza sono passate da   49 (2003)  a 11 (2012). Il metodo promosso dalla Scotland è stato utilizzato con altrettanto successo anche in alcune città della Spagna (Trinidad e Tobago) dove si è registrato una significativa diminuzione dei delitti contro le donne. Il sistema si fonda  su una visione olistica, integrata, dell’intervento da mettere in atto e prevede: interconnessione tra sistema giudiziario, polizia, servizi medico-sanitari e sociali, protezione e assistenza legale per le vittime, piani economici e coinvolgimento dei datori di lavoro nel progetto. Puntare su questi aspetti oltre ad aver ridotto i casi di violenza  ha favorito anche un incremento del Pil perché sono diminuite tra le donne le assenze dal lavoro causate dai maltrattamenti. In Italia, come propone Marina Calloni[3], docente di filosofia politica e sociale alla Bicocca di Milano, per adeguare il metodo Scotland alla nostra realtà, si potrebbe elaborare una strategia integrata che preveda la collaborazione tra:  sistema educativo, ambito lavorativo, istituzioni e associazioni di donne della società civile che da sempre combattono contro la violenza di genere. Perché, è certo, la violenza di genere non può essere affrontata da un solo lato, ma va vista ed affrontata nella sua complessità e grazie all’apporto di tutti. Le vittime hanno bisogno di sapere che la loro domanda di aiuto non è solo intercettata, ma che ci sono risposte concrete che vedono coinvolte tutte le istanze sociali, dal volontariato alle istituzioni. Che senso ha denunciare il proprio marito, fidanzato, convivente, se poi non serve a nulla? La denuncia è indispensabile soprattutto se produce l’attivazione di forme adeguate di tutela. Spesso la difficoltà di individuare soluzioni coerenti non solo per le donne, ma anche per i figli a volte molto piccoli, sono una barriera contro cui le donne si scontrano. Ciascuno deve fare la sua parte perché le vittime devono sapere che non sono sole.

A ciascuno il suo compito

 Il  Cif da sempre promuove una cultura del femminile intesa come relazione e rispetto delle differenze, del riconoscimento dell’altro e della non oggettivazione della persona. Come dicevamo crediamo molto nell’importanza delle parole, nella cura delle parole,  perché siamo convinti che la devastazione del linguaggio faccia parte della deriva culturale di una “libertà” senza direzione e senza misura. In definitiva di una illusione di libertà che si traduce invece in una forma radicale di schiavitù, peggio, di soppressione e annullamento.  Occorre avere cognizione: non si può distruggere l’universo delle parole se non si vuole distruggere l’orizzonte di senso dei nostri vincoli e legami. E’ da qui che parte la violazione della vita. Per questa ragione abbiamo definito il femminicidio un problema culturale prima che sociale. Ma non possiamo attendere i tempi di una trasformazione culturale, necessariamente più lenta degli avvenimenti di cui stiamo parlando, così come non possiamo ignorare quel sentimento doloroso di fronte alla prepotenza e all’ingiustizia di un atto violento.  Dobbiamo agire quando non farlo può favorire l’indifferenza o la fragile consolazione conformista del “non mi riguarda”. La violenza ci riguarda, è uno specchio deforme con il quale siamo chiamati a confrontarci.

Come  propone il metodo olistico della Scotland, anche le associazioni di volontariato, quali espressione della società civile, possono dare un contributo importante alla prevenzione della violenza di genere. Occorre tuttavia dire che sono necessarie politiche di sostegno che rendano giustizia a questa funzione indispensabile del volontariato che troppo spesso viene confuso con la semplice gratuità. Volontariato non vuol dire improvvisazione,  vuol dire impegno civile, formazione, vuol dire capacità di relazione non giudicante, vuol dire avere la possibilità di offrire un servizio, quello per cui ci si è costituiti. Per noi del Consultorio vuol dire offrire una opportunità di ascolto e di accoglienza, un primo indispensabile presupposto per favorire quel processo di trasformazione di cui abbiamo parlato e che riguarda sia la donna vittima di violenza, sia l’autore di questa violenza.  Noi siamo favorevoli a questa visione di interventi integrati tra le varie istanze di cui parla Marina Calloni (sistema educativo, ambito lavorativo, istituzioni, associazioni di volontariato) promuovendo progetti nelle scuole e mettendo in rete le nostre competenze. Crediamo nella politica del coinvolgimento e della partecipazione, ma sappiamo che per rendere concrete le diverse potenzialità, occorre formalizzare piani di intervento con risorse dedicate, dove ciascuno potrà fare la sua parte.


[1] Per un’analisi dettagliata dei dati, si veda Ricerca su femicidi in Italia 2013,  www.casadonne.it

[2] www.gfedv.org

[3] www.unimibi.it, Combattere il femminicidio con il metodo Scotland, Università degli studi – Milano Bicocca